I furbetti dell’etichetta
alimenti, bevande e dintorni 
di Angelo Acino

Ingredienti sul vino : perchè no?

Cari amici,

tratterò questa volta di un argomento tabù per il mondo del vino che fa rabbrividire i produttori al solo nominarlo. L’argomento è : come mai nell’etichettatura dei vini, tutti quanti, siano essi IGT, DOC, DOCG, liquorosi, frizzanti, spumanti, non vi è l’elenco ingredienti?   La risposta, contrariamente a quanti credono che, trattandosi solo di uva spremuta e quindi di unico ingrediente, non sarebbero necessari gli ingredienti stessi, è che, se mai dovessero per legge essere elencati, la lista sarebbe lunga e assai spiacevole a leggersi.

Increduli? Allora andate a leggervi il Regolamento UE n. 606/2009, il cui allegato sulle pratiche enologiche consentite in fase produttiva farebbe passare a chiunque l’idea di avvicinarsi a tale bevanda. Ora, premesso che il sottoscritto, vissuto per tanti anni nel mondo del vino,se lo beve tranquillamente ogni giorno e gode di buona salute, non vorrei che quanto segue venisse frainteso per una sorta di terrorismo salutistico. Rimane tuttavia la singolarità di una situazione normativa che non consente, a noi tutti consumatori, di conoscere quanto ci apprestiamo a bere.  Ecco di seguito un estratto delle sostanze ammesse nella produzione del vino. I volenterosi potranno leggersi la lista completa sul citato Regolamento.

“ lieviti, solfato di ammonio, dicloridrato di tiamina, anidride solforosa, colla di pesce, bentonite, caolino, tannino, acido sorbico, acido tartarico, tartrato di calcio, lisozima, trattamento con ferrocianuro di potassio, gomma arabica, solfato di rame, dimetildicarbonato, ureasi, impiego di pezzi di legno………….ecc……… “

Un cenno sui solfiti. Ora compare in etichetta che vi sono solfiti ma……..manca la quantità. Un vino italiano mediamente contiene la metà al massimo dell’anidride solforosa presente in un bianco tedesco, che può arrivare fino a 400 mg/l !! E poi qualcuno si lamenta se avrà un pò di mal di testa. Sarebbe opportuno indicarla.

Per concludere. Vi sono ottimi produttori che lavorano bene ed un buon bicchiere normalmente ci migliora un pò la qualità della vita. Chiederemmo solo di sapere cosa stiamo per assaporare. Tutto qui.

Angelo Acino

NO MARTINI……..SI PARTY!

Avete letto bene. Personalmente ritengo che si possa benissimo fare un party anche senza i prodotti Martini.  Perchè dico questo? Ve lo spiego subito.

Dicevo nel mio ultimo articolo di aver fatto sequestrare il prodotto di una multinazionale, nello specifico un vino spumante rosé e che ne avrei parlato al momento opportuno. Il momento è venuto. Il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali ci ha infatti risposto dandoci ragione e comunicando di aver preso al riguardo, previa ispezione in stabilimento, i provvedimenti previsti dal legislatore nei confronti della Martini & Rossi. Di quali provvedimenti si tratti non si parla, anche se è facile immaginare, confermando quanto scrivevo e cioè che con le multinazionali non ci si scontra e che, anzi, le si protegge con il più assoluto riserbo. Non ci è infatti dato di sapere cosa abbiano effettivamente contestato i Servizi Ispettivi.  Per fortuna dei consumatori ci siamo qui noi e possiamo ora dichiarare che la nostra contestazione riguardava principalmente sia il termine “ speciale “, che non è consentito, sia il tenore zuccherino, dichiarato “demi-sec” e contemporaneamente anche “dolce” ingenerando confusione nel consumatore, oltre ad alcune amenità che tralasciamo. Tutto questo succede quando le multinazionali, per risparmiare qualche spicciolo da impiegare nelle sponsorizzazioni della F1, lasciano a casa gli esperti tanto, pensano, cosa ci potrà mai succedere. Succede invece che noi informeremo i consumatori se un’etichetta è ingannevole.

Questa è la risposta del MIPAF.

MR Rosé risposta MIPAF Asti

Ecco quindi che per ora dovrete, per i Vostri party, trovare un altro spumante, magari della concorrenza, in quanto il Rosé Martini “ cuvée speciale “ non si può vendere.

QUANDO TUTTI POSSONO FARE TUTTO

Cari amici,

vorrei parlarVi questa volta della singolare situazione in cui si trova il nostro Bel Paese qualora chicchessia decidesse di porre in commercio un prodotto alimentare. Contrariamente a quanto l’opinione pubblica ho scoperto ritiene, non vi è alcun controllo preventivo al riguardo per quanto concerne l’etichettatura.  Mi spiego meglio. Tutti noi, da consumatori, gradiremmo, acquistando qualcosa soprattutto se non lo si conosce bene, che qualcuno all’uopo preposto avesse controllato la veridicità delle informazioni apposte in etichetta. Mi riferisco in special modo sia alla denominazione di vendita, che deve essere veritiera e non ingannevole, sia all’elenco ingredienti che spesso possono essere ammessi per un prodotto e non per un altro. Ebbene mi spiace deluderVi ma nessuno controlla un bel niente. Il prodotto va tranquillamente sul mercato. Mi sovviene a tal proposito un fatto personalmente capitatomi che Vi racconto. Avendo ricevuto, nel lontano 1984,  l’incarico di responsabile dell’etichettatura per il mercato nazionale di un’ampia gamma di prodotti dalla multinazionale per la quale lavoravo decisi, volendo fare le cose per bene e soprattutto avendo scoperto la totale assenza di una “ benedizione “ preventiva da un qualche Organismo di controllo, di andare a fare una chiacchierata con L’Ente controllore dell’etichettatura (ma a posteriori), che all’epoca era l’ufficio UPICA all’interno della CCIAA. Proposi loro, ogni qual volta si dovesse uscire con un  nuovo prodotto, di passare da loro per un controllo preventivo affinchè si andasse sul mercato con una etichettatura la più corretta possibile. La risposta fu : caro signore, noi non facciamo consulenza. Etichettate il prodotto, andate sul mercato e poi, qualora vi siano errori, noi sanzioneremo in base alle vigenti norme! Mi è sembrato un bell’esempio di collaborazione!  In realtà in seguito debbo dire di aver instaurato un bel rapporto con il competente Servizio Repressione Frodi e di aver avuto l’attenzione che chiedevo. Sta di fatto che oggi nessuno è tenuto a sentire preventivamente nessuno e può quindi scrivere tutto quanto gli pare in etichetta. Senza arrivare al modello americano per il quale è assolutamente necessario l’OK della FDA (Food and Drug Administration), mi sentirei di proporre che le associazioni di consumatori, a cominciare dalla nostra, si facessero promotrici di un disegno di legge volto ad impedire l’attuale assoluta arbitrarietà in tema di etichettatura. Proprio grazie all’attuale regime molti “ furbetti dell’etichetta “ scivono ciò che vogliono, godendo di una sostanziale impunità poichè i controlli sono pochi e non a tappeto. Non solo. Purtroppo vi è una sorta di “ gentleman agreement “ tra furbetti e controllori, nel senso che i controllori attuali si sono impegnati a non divulgare le risultanze dei (pochi) sequestri con relative ammende comminati. In effetti, dai media non si hanno mai informazioni circa il sequestro di prodotti irregolarmente etichettati. Ecco dunque che, al momento, sull’etichettatura tutti possono fare tutto, salvo improbabili successivi sequestri ma con la privacy sempre garantita, alla faccia del dovere di informazione. Chiudo segnalando che il “ gentleman agreement “ di cui parlo è stato recentemente sperimentato dal sottoscritto, che ha denunciato e fatto sequestrare un prodotto della stessa multinazionale per cui lavorava, ma non ha al momento avuto alcuna risposta ufficiale  dall’Ente preposto al controllo dell’etichettatura. Ma questa è un’altra storia di cui racconterò al momento opportuno.

L’Asti (spumante) di Torino

Da più parti si è giustamente segnalato che dobbiamo difendere la tipicità dei prodotti alimentari. Così l’Unione Europea, ma anche l’Italia, ha sottolineato che, poichè nell’immaginario collettivo il prosciutto di Parma deve provenire da Parma, il San Daniele dall’omonima zona, il Barolo da Barolo e via dicendo, sarebbe quanto mai opportuno che il legislatore, che non è quel vecchio con la barba che potremmo credere, adeguasse la normativa di riferimento a questo principio. Giustissimo. I cugini francesi, attentissimi a queste tematiche e particolarmente suscettibili, già anni fa si sono riappropriati della dicitura “ méthode Champenoise “ che noi e non solo noi avevamo loro estorto apponendo tale indicazione sulle etichette dei nostri vini spumanti che si debbono accontentare ora di riportare “ metodo classico “ o “ metodo tradizionale “. Addirittura qui si parlava solo di un metodo di produzione, non di voler far apparire il prodotto come proveniente dalla Francia, ma tant’è che abbiamo dovuto rinunciarvi. Ora, nonostante tutti questi bei proclami e buoni propositi, forse non tutti sanno che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il nostro Asti spumante non sempre è fatto nella zona di Asti. Ebbene sì, uno dei maggiori produttori, la Martini & Rossi, produce l’Asti………a Torino. Per l’esattezza a Pessione, in provincia di Torino. Basterà che leggiate l’etichetta che recita : prodotto in Pessione da Martini & Rossi SpA, Torino, Italia. Ora, la cosa forse non è poi così scandalosa, visto che da Asti a Torino ci saranno una quarantina di chilometri tuttavia………ci si potrebbe chiedere come mai? E’ semplice. Il legislatore, tirato per la giacchetta dalle lobby delle multinazionali, ogni tanto concede una deroga. E così è stato anche qui. Il disciplinare di produzione dell’Asti prevede espressamente che la Martini & Rossi e solo lei, attenzione, nessun altro, possa fare l’Asti…….a Torino.  Alla faccia di tipicità, territori vocati e via dicendo. E se, poniamo, domani volessi fare anch’io l’Asti a Torino? Troppo tardi! I giochi sono chiusi e poi andiamo, siamo seri…….l’Asti si fa ad Asti!

Angelo Acino

L’aranciata senza arance

E’ di questi giorni la proposta normativa che definirebbe “aranciata” una bevanda che non ha mai visto alcun agrume, in particolare le arance.
Non che l’attuale aranciata in commercio di arance ne veda tante, ma sta di fatto che per definirsi tale, una “aranciata” deve avere almeno il 12% di succo. Estendendo all’esasperazione il concetto (perverso?) che si trova alla radice del ragionamento del legislatore, non vedo perché in futuro non potremmo avere un chinotto senza alcun estratto di china calissaia o di chinotto che dir si voglia, una limonata senza limoni fatta invece con un infuso di peperoni, un vermut totalmente privo di artemisie, componente essenziale per poter definire “vermut” la bevanda.
Il ragionamento è probabilmente dovuto al fatto che oggi con gli aromi (sintetici, non naturali) si pensa di poter fare proprio tutto. Invece, non è così. Noi consumatori ci dobbiamo ribellare. Come? Semplicemente non acquistando. Non solo, quello che si può fare è anche una controproposta normativa, orientata non solo a vietare l’aranciata senza arance, per la quale non occorre essere esperti in Diritto Alimentare per capire che non potrà che fare schifo, ma ad alzare l’attuale soglia minima dal 12 al 50%. Costerà di più, ci diranno. Ebbene, ci sono in giro ottimi succhi d’arancia, col 100% di succo, che costano 1€ per la confezione da 1,5 L. La differenza non mi sembra eccessiva…
Lo scopo è di puntare alla qualità senza chimica, soprattutto non accettando d’essere presi in giro. Chiediamo perciò che l’aranciata contenga almeno un po’ di succo vero, di arance.